La Prospettiva Verticale

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Il volo libero, per sua natura, rappresenta, forse, l’unica modalità conosciuta all’uomo per poter osservare, in modo naturale, il mondo in 3D. Angelo D’Arrigo, pilota e campione del mondo di volo libero, è conosciuto ai più per i suoi record di volo. Ma Angelo ha dato una chiave di lettura del tutto personale al volo, riuscendo in imprese uniche, come il sorvolo dell’Everest, il 24 maggio 2004,  superando gli 8900 metri di quota con l’ala Stratos, e  l’Aconcagua il 6 gennaio 2006, raggiungendo il record mondiale di altitudine in deltaplano volando ad un’altezza di 9100 metri.

Angelo parla della dimensione del volo come della possibilità di una diversa prospettiva: quando camminiamo, la nostra visione è orizzontale, il nostro sguardo è concentrato su quanto ci sta davanti e ad altezza degli occhi. E questo ci fa, spesso, perdere di vista molti dei colori e delle sfumature che colorano il nostro mondo. Il volo, al contrario, rappresenta una dimensione diversa e ci offre la possibilità della cosiddetta prospettiva verticale: volando, i nostri piedi si staccano da terra e il nostro sguardo può spaziare lungo tutte le diagonali della visione. La prospettiva verticale è una visione completa ed unitaria del mondo, ci permette di osservare sia quello che scorre davanti agli occhi, sia quanto sta attorno, sopra e sotto di noi. E ci permette di non soffermarci solo su ciò che, a primo impatto, colpisce con forza il nostro sguardo, ma ci spinge ad allargare il nostro punto di osservazione, quasi che il nostro sguardo si trovi libero di andare al di là, di guardare oltre.

La metodologia applicativa del Project Management non si allontana di molto dalla visione dataci dal volo libero. Perché, oltre ad essere di grande aiuto nella gestione di piccoli e grandi progetti o nella gestione di particolari organizzazioni e di particolari complessità, permette anche di trovare soluzioni e/o alternative con l’elaborazione e l’implementazione di tutti i dati a disposizione. Il Project Management è quanto di più vicino alla visione in 3D per il mondo progettuale. Non è solo un insieme di regole, ma va oltre a questo, tiene conto di tutto quello che è necessario per la buona riuscita di un progetto, dalla risorsa umana alla strumentazione tecnica.

Volare e progettare in modo Accessibile hanno in comune lo sguardo. Uno sguardo che non si sofferma solo su quanto gli scorre davanti, ma che, curioso, va ad indagare ogni più piccola sfumatura di cielo. L’Accessibilità vuole spingere il nostro sguardo al di là della semplice apparenza, ci aiuta a cogliere ogni singolo particolare della persona che abbiamo di fronte, la sua storia, il suo vissuto, le sue esperienze. Ci aiuta a scoprire il mondo dell’altro, a guardare il mondo con i suoi occhi.

Uno sguardo allenato e non cieco ci aiuta a progettare uno spazio dove ogni persona possa condurre la propria esistenza senza sentirsi giudicata o inferiore ad altri, consapevole dei propri bisogni, semplicemente diversi, perché connotazione naturale di ogni singolo individuo.

Progettare e volare hanno molto in comune. Prima ancora che i nostri piedi si stacchino da terra, devo scegliere il decollo, lo spazio fisico dal quale tutto avrà inizio, stendere la vela, con l’estradosso, la parte superiore, a contatto con la terra e l’intradosso, la parte interna, rivolta verso il cielo, i cassoni a monte e il bordo d’uscita verso valle. Controllare che i cordini siano ben stesi e che non ci siano nodi, indossare l’imbrago, allacciando prima i cosciali, poi il pettorale e, infine, agganciarmi alla vela. Solo a questo punto, ormai un corpo unico con la vela, inizio a guardarmi attorno. Assaporare il rumore del vento, il profumo dell’aria, pronti a lasciarsi andare, con quel filo di paura che scatena le reti neuronali e che ci permette di non oltrepassare, mai, i limiti di sicurezza.

Quando progetto in modo Accessibile, devo scegliere un ambito, conosciuto, non mete superiori alle mie forze, devo fissarmi dei punti di riferimento, tracciare la rotta che intendo seguire. Quando volo, attraverso la radio, mantengo i contatti con gli altri piloti in volo, per ricevere indicazioni utili sull’evolversi della meteo, così anche quando progetto devo mantenere i contatti con quanti usufruiranno del mio prodotto. Volare in solitario può essere un’esperienza di grande maturazione personale, ma non scevra di rischi. Progettare senza tenere conto di tutti gli Stakeholders coinvolti può essere riduttivo, un grande dispendio di energie che ha, per risultato finale, un deliverable incompleto o inutile, qualcosa che nessuno utilizzerà perché non rispondente ad un reale bisogno. Quando si progetta, non si può non tenere conto di quanti compongono il gruppo di progetto, né, tanto meno, di coloro per i quali progetto.

È necessario tracciare una rotta che sia chiara, come quando stacco i piedi da terra e, nella mia testa, la strada è già tracciata, so dove atterrerò, so da quale parte mi devo dirigere. Quando progetto devo conoscere il mio atterraggio, e devo conoscere le persone che attenderanno il mio arrivo. Perché, in qualche modo, sono loro stesse a indicarmi la via corretta.

Vi lascio alla lettura di un racconto che ho scritto qualche anno fa…

 

Era la realizzazione di quel che sognavo da ragazzino quando facevo volare nel prato il mio aquilone. Più veloce delle aquile, diceva il mio sogno, ma così era più lento delle farfalle, una carezzevole e amorosa confidenza con il cielo.”.

(da VIA DAL NIDO di RICHARD BACH)

Aquiloni… farfalle… sogni… uomini e falchi che condividono la libertà di attraversare il cielo. Il volo dei falchi, così libero, così pulito, volare e ricercare  termiche con i sensi affinati, un vario naturale nascosto sotto le piume del petto che solletica le piccole estremità delle ali… vivere come i falchi, seguire l’istinto e cercare la termica giusta, quella che ti permette di volare nel vento.

Lo spazio blu, cominciare a credere che tutto possa diventare possibile… e il blu del cielo che ti scivola dentro… e tu sei lì, sei lì e aspetti… uno sbuffo d’aria più calda che si stacca dai pendii assolati e sale leggero verso l’alto, sale, sale, sale… una maggiore resistenza dell’imbrago che tira verso l’alto e si entra sempre di più nel profondo del cielo.

 

Questa è la storia di un uomo e del falco che gli ha insegnato a volare, la storia di un uomo innamorato del cielo che ha imparato a vivere il suo sogno di librarsi nel vento…

 

L’uomo viveva in una casa di pietra, abbandonata lungo una stradina in salita in un paesino pigramente addormentato nel cuore di una valle circondata da alte montagne. Tutti i giorni, l’uomo si caricava sulle spalle la sua vela e raggiungeva un prato, a due passi dal cielo, dove stendeva il suo fazzoletto colorato e aspettava che il vento lo invitasse a danzare fra le nuvole.

Il falco viveva ad un paio di battute d’ala dal cielo che gli faceva da casa, le ali robuste di un bel colore bruno che alle punte sfumavano in un tono più chiaro, gli occhi che sapevano vedere più lontano, tra le striature del cielo e i contorni candidi delle nuvole, tra i fili d’erba accarezzati dal vento. Tutti i giorni osservava l’uomo che sembrava lasciar vagare i propri pensieri nella valle, con quello strano straccio colorato sgonfio accanto a lui. Lo osservava e, poi, gli volava accanto, due piccole ombre che si riflettevano sui boschi che ricoprivano il dorso della montagna, prolungamento dei loro corpi, un legame che non si poteva spezzare, se non con il pensiero.

Una cosa avevano in comune: il cielo.

 

L’uomo controllò la vela per rallentarne la corsa, posò i piedi sull’erba ancora umida di rugiada, e la vela ricadde alle sue spalle. Il falco arrestò il suo volo a pochi metri da lui. Si lisciò le piume con il becco ed osservò soddisfatto la luce del sole che filtrava attraverso le nuvole del primo mattino. Era stato un bel volo, con quella giusta dose di velocità che lo divertiva. Si osservarono in silenzio, la stessa luce negli occhi, le stesse emozioni, esplosione adrenalinica che profumava di cielo e di vento.

“ Mi piacciono queste giornate, ci sono tutti gli ingredienti giusti…”.

“ Ti diverte volare, vero?”.

“ E come potrebbe non essere così? Come puoi non rimanere colpito da tutto questo…?”

L’ala del falco si aprì a disegnare un ampio semicerchio nell’aria, come a voler abbracciare quanto si dischiudeva di fronte a loro. Quella era la sua casa, il suo mondo, apriva gli occhi su quel cielo tutte le mattine, poco prima dell’alba, e la sera si addormentava con le ultime strie rosa-arancio intrecciate ai fili dei suoi pensieri. Era sorgente di forza, idea di libertà senza catene. Sorrise di nuovo e si avvicinò all’uomo.

“ Hai avuto qualche difficoltà con quella termica prima…”.

“Un piccolo errore di valutazione… avrei dovuto sfruttarla meglio e cercarne il cuore… sarei salito di più…”. 

“Sembravi  un po’ teso in volo… questo le tue ali lo sentono.”.

“ Le mie ali?”.

“Sì, le tue ali… quello strano straccio a cui ti appendi per godere delle meraviglie di questo cielo… le tue ali sanno sempre come ti senti… così come il vento”.

“Ma il vento, oggi, non sembra volermi come compagno di viaggio… hai visto come mi ha sputato giù prima, quasi fossi un boccone indigesto, un pezzetto di cibo mal digerito…”.

Il falco rise, ma la sua non era una risata di scherno. Rideva per l’ingenuità dell’uomo e per quel suo semplice modo di vedere le cose, un cucciolo di falco che sembrava vedere solo un lato di quel cielo, con la voglia irrefrenabile di cavalcare una nuvola, senza riuscire a respirare la magia che dava forza alle sue vere ali.

“Il vento? Non saranno, forse, i tuoi pensieri ad aver solleticato l’umore del vento? Il vento è amico fidato, un compagno che non tradisce. Tu devi imparare a conoscerlo e a rispettarlo. Ha un carattere suscettibile come pochi altri, ma ha grandi braccia forti, non devi temerlo quando fa la voce grossa. Solo rispettarlo.”

“Certo, per te è tutto più facile. Non devi certo  preoccuparti di averlo dalla tua  prima del decollo, e puoi atterrare dove vuoi, anche solo per far riposare un momento le tue ali. Se il vento soffia un po’ più forte, le piume della tua coda non rischiano una chiusura e possono comunque portarti ovunque tu voglia… sei un tutt’uno con il vento, puoi volare al di sopra di spazio e tempo… io, invece…”.

“Tu? I nostri voli non sono, poi, così diversi. Ma io con queste ali ci sono nato, sono la mia vita, il mio semplice modo di essere… è volare che dà forza. Mi piace lasciare che il vento spettini le mie piume, mentre l’azzurro del cielo mi scivola dentro come gocce di pioggia che dissetano i pensieri e i ricordi. I  cordini della tua vela fendono l’aria, il vario grida l’entrata in termica e si comincia a salire, dandoti un assaggio del carattere della tua vela”.

“Mi stai dicendo che devo lasciare che il vento scivoli dentro di me…?”. 

“E aspettare la risposta della vela… così come io aspetto la risposta delle mie ali. Non è una cosa difficile, ma ci vuol tempo per impararla. Sono molti i falchi convinti che, per imparare a volare, basti semplicemente trovare una corrente ascensionale e far andar le ali. E sono molti gli uomini che credono che, per poter volare, basti arrampicarsi lungo un sentiero e aprire la vela. Ma per volare solo le ali non bastano.”

“ Se solo le ali non bastano per volare, che cos’altro serve? Tecnica? Una buona teoria? Una buona conoscenza della meteo?”.

“Sì, queste sono tutte cose importanti, ma non bastano. Il volo è qualcosa che deve entrarti dentro un po’ alla volta, passo dopo passo, è importante concentrare ogni pensiero su quanto ci vive attorno, e non solo su quanto ci sta sulla testa. Va affinato l’intuito, la sensibilità… ma queste cose le impari solo volando. E, poi, non dimenticare la paura. Il volo non è una sfida, e la paura ne è un ingrediente importante, è rispetto per Mastro Vento e per questo cielo che ci fa da tetto…”.

“Non avevo mai pensato al volo in questo modo…”.

“ Ognuno può vivere il volo a modo suo, è questo il bello:  la possibilità di far proprio un pezzo di questo  spazio blu. In fondo, che cosa vuol dire volare? Non c’è uomo che si sia mai chiesto come faccia il proprio cuore a pulsare, né uccello che si chieda il perché del suo batter d’ali. Le nostre invisibili ali si aprono ad abbracciare l’orizzonte più lontano, mete visibili solo ai nostri occhi, forza di un cambiamento che senti crescere ogni volta che ti stacchi da questa terra.  Ti sei mai chiesto perché voli?”.

Il falco aprì le sue ali e aspettò l’ascendenza giusta che lo riportasse nel suo cielo, quel dolce fremito, promessa dal sapore di spazio e di libertà. L’uomo sorrise, guardò la manica a vento, la vela si sollevò docile sulla sua testa, pochi passi e via, fra le braccia del vento.

Il falco allineò le sue ali a quelle dell’uomo, forte di un legame che non si sarebbe mai dissolto, anche percorrendo cieli diversi, i loro orizzonti, le loro termiche si sarebbero sempre incontrate.

La risposta a quell’ultima domanda non venne mai. Perché non esisteva una risposta…

 

 

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